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É possibile, durante la permanenza e su prenotazione, organizzare delle cenette romantiche con possibilità di soddisfare ogni vostra richiesta circa l’organizzazione (menu, fiori, bottiglia, musica, ecc,).

Ferentino - Virtual Reality Experience

Ricostruzione digitale Teatro e Mercato Romano

Principali monumenti Ferentino (Fonte Pro Loco Ferentino)

Età romana

La costruzione del grandioso terrazzamento dell’Acropoli, lungo m 165×80, fu promossa e collaudata dai magistrati ferentinati del tempo, i censori Marco Lollio e Aulo Irzo, come recita l’epigrafe scolpita sulle pietre stesse dell’avancorpo, al di sotto della fila di finestrelle strombate, che illuminano i vani interni del terrazzamento comunemente definiti ‘criptoportico’. Dalla planimetria antica della città alta, cinta da possenti mura in opera poligonale e quadrata, risulta l’evidente coerenza urbanistica delle strutture acropoliche: la posizione contrapposta dell’Avancorpo sud-occidentale e del <Mercato> coperto a nord-est qualifica tali strutture architettoniche quali componenti essenziali di un progetto unitario di ampliamento e monumentalizzazione della città alta.
L’avancorpo meridionale è costituito da un imponente fascia muraria in opera poligonale nella zona inferiore e in opera quadrata nella zona superiore, che regolarizza il pendio della collina, costituendo una poderosa sostruzione alla spianata superiore. La struttura, a pianta quadrangolare, presenta all’interno della sostruzione stessa tre ambienti rettangolari, circondati da quattro corridoi, di incerta destinazione e coperti da volte a botte costruite con opera cementizia e opera incerta (tufelli di forma conico-piramidale affogati nel calcestruzzo con base a vista di sagoma irregolare, tecnica usata dai costruttori romani a partire dal II sec. a.C.).
Attualmente l’accesso al quadriportico è possibile attraverso una porta, aperta sul lato ovest. In antico l’accesso avveniva attraverso due porte, poste oggi a notevole altezza dal suolo: una situata nel lato nord-ovest, a breve distanza dal grande fornice di ingresso all’acropoli, l’altra situata nel lato orientale. In antico il livello di calpestio era più alto di quello attuale.
Nella facciata sud-ovest dell’Avancorpo, al di sotto delle finestrelle, corre la seguente iscrizione (CIL X, 5837):

A (ulus) HIRTIVS A (uli) F (ilius) M (arcus) LOLLIVS C (ai) F (ilius) / CE (n) S (ores) FVNDAMENTA MVROSQVE AF SOLO / FACIVNDA COERAVERE EIDEMQVE PROBAVERE. / IN TERRAM FVNDAMENTVM EST PEDES ALTVM XXXIII, / IN TERRAM AD / IDEM EXEMPLVM QVOD SVPRA / TERRAM SILICI.

(Aulo Irzio, figlio di Aulo, Marco Lollio, figlio di Gaio, censori, fecero costruire a partire dal suolo le fondamenta e i muri ed essi stessi li collaudarono. Le fondamenta nella terra sono profonde 33 piedi. Le fondamenta sotto terra sono di pietra così come la parte sopra la terra)

 

L’iscrizione è ripetuta identica e nella stessa posizione sul lato sud-est; con qualche variante, invece, è sull’architrave di due porte dell’avancorpo: porta di accesso aperta sul lato orientale e la porta di accesso al corridoio nord-est. Gli antichi ingressi al cosiddetto “criptoportico” erano forse dotati di scale lignee. Interessante è l’analisi onomastica dei magistrati ferentinati, che curarono l’edificazione dell’avancorpo e la collaudarono. E’ difficile credere che Aulo Irzo sia colui che, luogotenente di Giulio Cesare, completò i Commentari cesariani del De Bello Gallico con la stesura del libro VIII e, consolare insieme con Pansa nel 43 a.C., morì in quell’anno in battaglia sotto le mura di Modena. Le tecniche edilizie dell’opera muraria Ferentinate sono certamente anteriori al I sec. a. C.: quindi si tratta di un antenato, del padre o, più probabilmente, del nonno del console romano. Marco Lollio, infine, sembra confermare la datazione del complesso, dal momento che la gens ferentinate dei Lolli è attestata tra i ferentinati trasferitisi a Pozzuoli all’inizio del II secolo a.C., così come è attestata a Capua e a Delo nella II metà dello stesso secolo.
All’acropoli si accedeva per mezzo della rampa inclinata che inizia dalla porta di tipo sceo, originariamente a doppio fornice, addossata sul lato occidentale dell’avancorpo e caratterizzata da un arco a tutto sesto in conci radiali. Sul concio in chiave è visibile in rilievo un simbolo fallico, emblema di fertilità e prosperità, utilizzato nella ornamentazione delle mura di cinta costruite dai romani nel secolo II a.C.
Sulla spianata dell’avancorpo è ipotizzabile la presenza di un edificio sacro o comunque celebrativo della città, come lasciano intendere non solo l’eminenza del sito, ma anche i resti di colonne inglobate nelle strutture murarie dell’episcopio, ricostruito sul finire del XVI secolo sulle strutture del medievale palazzo vescovile, che nel secolo XIII fu sede della Rettoria di campagna e Marittima.

Tracce di un’abitazione romana sono venute in luce al piano terra e nelle fondazioni del medioevale Palazzo Comunale della città, che, nelle sue strutture rimaneggiate nel corso dei secoli, si affaccia oggi sulla vasta e panoramica Piazza Mazzini. L’ arch. Luigi Morosini sin dal 1905 comunicò la presenza di pavimenti a mosaico in bianco e nero e di lastre calcaree a poca profondità sotto il piano terra del Palazzo Comunale. Interventi di ristrutturazione effettuati negli ultimi decenni del secolo XX negli ambienti a piano terra del Palazzo, assegnati come sede all’Associazione Pro Loco di Ferentino, portarono alla luce pavimenti musivi bianco-neri, resti di muri divisori degli ambienti domestici, l’impluvium di un atrio, lacerti di intonaci affrescati, documentando la presenza di una domus di epoca repubblicana, abbattuta e ricoperta dalle successive costruzioni. Resti di pavimento in mosaico bianco con tessere minute sono visibili a circa un metro di profondità rispetto al livello del pavimento attuale nel saggio di fondazione effettuato in prossimità di un pilastro della chiesa di S.Lucia. Il pavimento musivo sembra confermare l’ipotesi già sottolineata nella toponomastica ottocentesca relativa alla strada limitrofa alla chiesa di S.Lucia, denominata via delle Antiche Terme. Secondo la tradizione, infatti la cripta della chiesa sarebbe stata ricavata in uno degli ambienti di un antico edificio termale, la cui costruzione venne attribuita alla munificenza di Flavia Domitilla, parente dell’imperatore Vespasiano. Nei lavori di restauro della chiesa di S.Maria Maggiore (1977-1984) sotto il pavimento del presbiterio e del transetto si rinvennero i resti di una casa databile ai secoli IV-V d.C.; la fondazione del pilastro a fascio, che sorregge la crociera nord del transetto e separa la navata centrale da quella settentrionale, insiste nella cisterna della casa medesima.

Sul lato opposto all’avancorpo, ad un livello inferiore di 11 metri rispetto alla sommità dell’acropoli, si apre elegante il cosiddetto , sorta di strada coperta di derivazione ellenistica, ricavata nella sotruzione del terrazzamento. La destinazione alle attività economico-commerciali di tale edificio è suggerita dalla sua stretta vicinanza con il circuito murario esterno e in particolare con la Porta Montana, nelle vicinanze probabilmente esisteva il Foro , noto da fonte epigrafica (CIL X, 5852), dove si effettuava il commercio all’ingrosso del bestiame.
Il Mercato consta di una vasta sala, lunga circa m 24, con pavimentazione in declivio regolarizzato da gradini. La sala, coperta da una volta a botte in opera cementizia, è fiancheggiata da cinque vani o botteghe a pianta rettangolare, aperti sul lato nord-orientale mediante ampie arcate a tutto sesto, costituite da conci di calcare in opera quadrata. La struttura muraria degli ambienti è in opera incerta, databile per fattura a qualche decennio successivo alla naloga tecnica attestata nell’avancorpo. Singolare la porta di accesso, che, alta circa 7,30 m, presenta l’intradosso dell’arco di chiusura in conci radiabili disposti in modo da ottenere una strombatura verso est, per consentire il massimo ingresso della luce solare all’interno della profonda sala e dei vani laterali. Gli ambienti rettangolari, forse botteghe, presentano dimensioni progressivamente più piccole. Di questi, il penultimo presenta una porta architravata e sormontata da un arco di scarico a tutto sesto in conci radiali aperta nella parete di fondo a quota più alta rispetto al pavimento.
La porta per mezzo di una scala lignea consentiva di accedere alla spianata superiore del terrazzamento. Per tecnica edilizia il Mercato coperto ferentinate precedeva l’analogo manufatto esistente a Tivoli quale sostruzione al foro cittadino e risalente alla metà del I sec. a.C. A buon diritto il Mercato romano ferentinate può ritenersi finora il prototipo dei più famosi Mercati traianei dell’Urbe.

In prossimità di Porta Sanguinaria e adiacente all’antico percorso viario del Kardo Massimo nel II secolo d.C. Sorge il Teatro, edificato sfruttando il declivio naturale del colle. L’edificio teatrale fu scoperto dall’archeologo Alfonso Bartoli nel 1923 nell’area del giardino De Andreis, ancora sepolto dalla terra e nascosto dalla vegetazione. L’abbandono, che nel medioevo interessò tutti gli edifici scenici del mondo greco-romano, determinò anche a Ferentino la progressiva spoliazione dei materiali edilizi del Teatro Romano. Alcune strutture di fondazione della cavea vennero sfruttate per edificare nuovi edifici, tuttora esistenti nell’area orientale della cavea, caratterizzati da un profilo marcatamente curvilineo.
Nell’area nord-occidentale della cavea sono conservati alcuni ambienti di sostruzione delle gradinate. Essi, costruiti in muratura con disposizione a raggiera, sono sottostanti al muro perimetrale, che chiudeva la sommità della cavea. Nel muro sono aperte nicchie semicircolari e rettangolari alternate, che dovevano ospitare statue o sculture ornamentali. All’esterno del muro perimetrale si conserva la forma per l’incasso di uno dei pali, che dovevano sorreggere il velarium, cioè la tenda che riparava gli spettatori dai cocenti raggi del sole. Dai resti archeologici noti nell’area scenica si può ricostruire la fronte mistilinea del proscenio, con la nicchia centrale semicircolare e le laterali rettangolari. Le case dalle pareti concave, che occupano l’area orientale della cavea, si fondano sulle murature dell’edificio teatrale. Il loro profilo curvilineo segue quello delle sottostanti strutture radiali di sostegno alla seconda gradinata della cavea. La costruzione delle case ha permesso la conservazione di tre ambienti a pianta trapezoidale dell’edificio scenico, ai quali si accedeva da un ambulacro orientale, anch’esso individuato nei rilievi sotto gli edifici medesimi. Il quarto vano a sud è individuabile in pianta: privo della volta, è delimitato a meridione dalla parete dell’edificio di fondazione medievale. Quest’ultima parete presenta a vista anche l’attacco del muro che separava il vano stesso dal corridoio curvilineo che lo delimitava ad est. I quattro vani erano ambienti di servizio per particolari necessità del teatro, data la presenza di un ambulacro funzionale a raggiungere i vani ricavati nelle sostruzioni della cavea nel lato orientale, quello, cioè, fiancheggiato dalla via delle Torri di Porta Sanguinaria, che probabilmente ricalca il tracciato dell’antico Kardo Massimo.
La collocazione topografica del teatro romano risponde a criteri funzionali tipici dell’urbanistica romana, essendo l’edificio vicino alla Porta Sanguinaria. Da tale Porta fino a Porta Montana correva il Kardo Massimo della città, favorendo, a chi raggiungeva in città dal versante meridionale della via Latina, il rapido accesso al Foro. L’intenso traffico, che ancora in età imperiale caratterizzava la Porta, indusse i Ferentinati del tempo a scegliere l’area prossima ad essa per edificarvi il teatro. L’area, infatti, era particolarmente idonea per la felice esposizione a sud, per la favorevole pendenza del terreno e soprattutto per la funzionabilità urbanistica del luogo in ordine ai criteri di accesso e deflusso degli spettatori sia quelli cittadini sia quelli che provenivano dal contado o dalle città vicine. Infine, i problemi tecnici e costruttivi vennero risolti sfruttando il declivio naturale del colle, da cui si ricavarono direttamente le gradinate inferiori della cavea, mentre le gradinate della summa cavea vennero costruite su sostruzioni, che, aumentando la pendenza del colle, potevano meglio corrispondere alle necessità di visibilità e acustica.
Il Teatro romano di Ferentino, dal diametro di m 54, non è stato ancora riportato integralmente alla luce. L’edificio è databile agli inizi del II secolo d.C. In base alla tecnica costruttiva in opera mista con mattoni e blocchetti di calcare. Si stima che potesse contenere circa tremila spettatori.

Uscendo da Porta Maggiore, attraverso un breve sentiero in località <> si raggiunge il monumento epigrafico dedicato ad Aulo Quintilio Prisco, magistrato e patrono di Ferentino (I-II secolo a.C.). Questo singolare monumento (m 2,40 x 2,53), riconosciuto dall’epigrafista Lidio Gasperini come il monumento funerario di A. Quintilio Prisco oltre che manifesto pubblico del suo testamento, è scolpito nella viva roccia calcarea del colle. Ha la forma di un’edicola rettangolare, decorata da un frontone triangolare a superficie liscia, con una trabeazione architettonica costituita da architrave, fregio e cornici a profilo lineare, sostenuta da due lesene tuscaniche laterali e dotata di un alto zoccolo aggettante a superficie liscia, che funge da basamento ( m 120 x 6,89). Il vertice del frontone presenta evidenti segni di effrazione, causa della perdita della sommità del timpano. La superficie delimitata da lesene è occupata dalla lunga iscrizione onoraria che celebra Aulo Quintilio Prisco, ricordando le sue numerose cariche pubbliche e in particolare i benefici, che egli procurò al popolo ferentinate.
Dal testo sappiamo che Aulo Quintilio Prisco riscattò quattro fondi rustici del territorio ferentinate, li restituì al municipio e stabilì che parte delle rendite fossero destinate alle distribuzioni alimentari gratuite alla popolazione, da realizzarsi ogni cinque anni in occasione del compleanno del testatore, cioè il 10 maggio. E’ interessante notare come il monumento sia rivolto verso la sottostante pianura, attraversata dalla antica via Latina, costeggiata ancora da fondi, i cui toponimi moderni (Roana, Cipollara, Mamiano, Pratozze) riecheggiano quelli antichi di Roianum, Coeponianum, Mamanium, Pratum, ex Osco citati nell’iscrizione rupestre.
In essa, inoltre, si fa riferimento ad una statua onoraria di A. Quintilio, che il Senato di Ferentino decretò di far erigere nel foro, ma che il testatore eresse a sue spese.

Testo epigrafico del monumento di A. Quintilio Prisco (52-117 d.C.):

“Aulo Quinctilio, Auli filio, Palatina, Prisco, Quatuorviro aediliciae potestatis, Quatuorviro jure dicundo,Quatuorviro quinquennali adlecto ex senatus-consulto, Pontifici, Praefecto fabrùm, cujus ob eximiam munificentiam, quam in municipes suos contulit, senatores statuam publice ponendam in foro, ubi ipse vellet, censuere. Honore accepto, impensam remisit. Hic ex senatus-consulto fundos Ceponianum, e Rojanum, e Mamianum, e pratum Exosconium ab republica redemit sestertiorum septuaginta millibus numero, e in avitam rempublicam reddidit: Ex quorum reditude sestertiorum quatuor millibus censualibus quod annis sexto idus maji, die natali, suo perpetuo daretur praesentibus municipibus, e incolis, e mulieribus nuptis, crustulum positum in mulsi hemina; e circa triclinium decurionibus mulsum, e crustulum, e sportula sestertiorum decem numero; item pueris curiae incrementa, e Seviris Augustalibus quibusque quinque vini eminae, crustulum, mulsum, e sestertius viritim numero; e in triclinio meo ampio in singulos homines sestertii singuli: e in orna mentum statuae e imaginum mearum respublica perpetuo sestertios triginta impendat arbitrio Quatuorvirorum Aedilium cura favorabilis esto, si pueris plebeis, sine distinctione libertatis, nucum sparsioni modios triginta, e ex vini urnis sex potionum eminas istius rationis digne incrementis praestiterint.”

Il testo in italiano

“Ad Aulo Quintilio Prisco figlio di Aulo della Palatina Quatuorviro di edilizia potestà, Quatuorviro per amministrar la giustizia, Quatuorviro quinquennale aggiunto per decreto del Senato, Pontefice, Prefetto de’ fabbri, a cui per l’esimia liberalità, ch’egli usò verso i suoi concittadini, i Senatori giudicarono che si erigesse una statua a pubbliche spese nel foro, ove egli volesse. Accettato l’onore, ne ricusò le spese. Questi per decreto del Senato redense dalla Repubblica i fondi Ceponiano, Rojano, e Mamiano, ed il prato del territorio Osco, per la somma di settanta mila sesterzj, e li restituì alla Repubblica degli avi suoi: Dalla rendita de’ quali di quattro mila sesterzi in ciascun anno censuale sei giorni avanti gl’idi di maggio, ricorrendo il suo natale, si desse ai presenti concittadini, agli abitanti, ed alle donne maritate una focaccia posta in un’emina di vino melato, ed intorno al cenacolo ai Decurioni il vino melato, la focaccia, e la sportella di dieci sesterzj; così ai donzelli della curia gli avanzi, ed a ciascuno dei Seviri augustali cinque emine di vino, la focaccia, il vino melato, ed un sesterzio, e nel mio cenacolo grande un sesterzio per ogni uomo: e per ornamento della statua e delle mie immagini la Repubblica somministri perpetuamente trenta sesterzi ad arbitrio de’ Quatuorviri. Tengasi per plausibile la cura degli Edili, se con gli avanzi della suddetta rendita destineranno trenta moggi di noci da spargersi, e sei urne di vino da distribuirsi in misurelle a pro de’ fanciulli della plebe, senza escludere alcuno.”

Medioevo

Si trova adiacente al Palazzo dei Cavalieri Gaudenti è un Palazzo gentilizio databile alla prima metà del secolo XIII. La tradizione locale lo attribuisce alla famiglia di Innocenzo III, ma è probabile che sia appartenuto alla famiglia dei Montelongo, come sembra attestare lo stemma murato in facciata, affiancato a quello cittadino, raffigurante il giglio ferentinate. La facciata è resa monumentale da un’ampia entrata con arco ogivale, che immette in un piccolo cortile, dove si conserva un pilastro originale, sostegno delle arcate a sesto acuto dell’antico portico interno, ancora visibili sulla parete orientale nonostante le demolizioni e le superfetazioni successive. Attorno al pilastro si avvolge la scala che conduceva al piano superiore. Il pilastro presenta piccole finestre poste allo stesso livello sui quattro lati, delle quali tre strombate con archetto ogivale, probabilmente destinate ad ospitare nel piccolo vano, cui esse danno luogo, la lanterna che illuminava la scala nelle ore notturne. Notevole la raffinata esecuzione del pilastro, con gli angoli smussati, che terminano alle estremità superiore ed inferiore con piccoli crochets.

Il Palazzo dei Cavalieri Gaudenti, contiguo all’omonima chiesa, viene attribuito dalla tradizione all’Ordine dei Cavalieri Gaudenti. L’edificio fiancheggia la via Consolare con quattro ampie arcate, oggi chiuse da setti murari. Le antiche campate del porticato, ora occupate da ambienti domestici privati, erano coperte da volte a crociera. Sopra le arcate una cornice marcapiano evidenzia l’inizio del secondo piano, aperto da bifore con raffinati capitelli in marmo bianco (originali) e, sul lato breve, in travertino (inserita in un restauro). Si tratta di un edificio che nella tipologia architettonica richiama i palazzi pubblici del nord-Italia ed anche il sistema edilizio adottato nelle strade porticate medievali dell’Italia settentrionale. La costruzione del Palazzo risale alla metà del secolo XIII. Esso è il primo segno di un intervento edilizio attuato in Ferentino secondo sistemi edilizi cistercensi. L’edificio presenta, infatti, una planimetria rigorosamente scandita secondo unità modulari quadrate; le eleganti bifore del piano superiore hanno raffinati capitelli, scolpiti secondo lo stile delle maestranze cistercensi attestato nei cantieri di Fossanova e Casamari.

Il Palazzo Comunale medievale fu costruito nel tratto di Via Consolare in cui la strada delimita la piazza Mazzini, in antico denominata Piazza del Governo. L’edificio pubblico fu costruito probabilmente nel sec. XIII, quando in Ferentino, avvantaggiatasi la città dei benefici della vita comunale, si ebbe un miglioramento delle condizioni economiche cittadine e di conseguenza venne promosso un organico rinnovamento edilizio della facies urbana tardoromana e altomedievale ferentinate, in adesione ai nuovi canoni costruttivi e stilistici, che nel corso del XIII sec. Si diffusero nel Lazio, soprattutto ad opera dei Cistercensi. Il Palazzo fu costruito nel luogo, che in età medievale si presentava quale fulcro della vita politica e amministrativa del Comune; poiché occupava una posizione equidistante sia dalla cinta muraria esterna sia dall’acropoli, sede dell’Episcopio e della Rettoria di Campagna e Marittima. Fondato su strutture romane, come testimoniano le tracce di una domus rinvenuta nei locali al pianoterra in occasione dei lavori di restauro al complesso architettonico, il Palazzo Comunale è giunto a noi in una forma completamente diversa dall’originale, per aver subìto radicali trasformazioni architettoniche dal medioevo ad oggi. Alcuni documenti d’archivio, risalenti ai secoli XIV e XV, ci informano che in esso, dotato di una loggia, si amministrava la giustizia e si detenevano i malfattori. Le bifore romaniche della loggia furono rinvenute in occasione dei lavori di restauro alla torre civica fatiscente (1905-09), curati dall’architetto Luigi Morosini. Della loggia medievale alcuni elementi erano andati distrutti nel rifacimento moderno per far posto alle finestre rettangolari, ma le tracce rinvenute consentivano di riconoscere l’originaria struttura, costituita da una serie di bifore di stile romanico, raccordate tra loro da altre tre arcate a tutto sesto; la prima arcata sinistra aveva l’estradosso decorato con un ornamentale rilievo a motivo geometrico a zig-zag, decorazione di probabile ispirazione arabo-normanna. La restituzione della loggia alle forme originarie venne realizzata dopo la seconda guerra mondiale per l’intervento del sindaco di Ferentino comm. Edoardo Bottini. Il Palazzo Comunale ferentinate era strutturato secondo la tipologia edilizia delle costruzioni pubbliche dell’Italia centro-settentrionale, cioè costruito a due piani, di cui l’inferiore poteva essere aperto in un porticato ad arcate; il piano superiore, invece, aveva la grande sala destianata alle adunanze illuminata da un loggiato di bifore. Sormontava il palazzo la torre civica. Sulla torre campanaria in età moderna fu collocato l’orologio pubblico, che le fonti attestano funzionante già nel 1656.

Nel settore sud-est delle mura si apre la Porta S. Maria, detta Casamari, probabilmente perché da essa si diparte la strada che collegava la città con il territorio verolano e con Cereate Marianae, l’odierna Casamari, detta anche Porta Maggiore, per la vicinanza con la chiesa di Santa Maria Maggiore. La porta si presenta costruita in opera quadrata con due archi a tutto sesto con conci radiali a doppia ghiera, che si innestano perpendicolarmente al muro di cinta, secondo il sistema difensivo delle omeriche porte “Scee” o “sinistre”. Tali accessi erano costruiti in modo che il nemico assalitore veniva a trovarsi in condizioni di notevole svantaggio poiché, per raggiungere la porta non solo doveva percorrere una strada in salita, ma era costretto a volgere il fianco destro, non protetto dallo scudo alla difesa arroccata sulle mura.

La tipologia costruttiva di Porta S. Maria suggerisce di datarla alla fine del II sec. a. C. Costruita in opera quadrata, Porta S. Maria è costituita da un cortile rettangolare (m6,95 x 6,60), al quale si accede da due porte con luce di circa m 4,20 e chiuse da arcate a tutto sesto con doppia ghiera di conci radiali. La porta esterna (est) è spessa m 1,70 e quella interna (ovest) è spessa m 1,10. Il lato nord del cortile si appoggia al pendio della collina; il lato sud invece, è la prosecuzione del circuito murario difensivo. La camera rettangolare veniva usata forse come sede del corpo di guardia e in caso di assalto come propugnaculum, baluardo di difesa che intrappolava gli assalitori qualora fossero riusciti a sfondare la porta esterna. La strada, in forte pendenza che attraversa i due fornici noti anche come “Archi di Casamari” è ancora oggi carrabile, e lungo i muri che raccordano le arcate, spuntano protetti dall’asfalto i bianchi basoli della pavimentazione romana. Parte della cinta muraria antica è che fiancheggiava i due fornici è andata distrutta, altra ristrutturata in epoca posteriore; inoltre è andata completamente perduta la struttura superiore delle arcate, sì che della porta è oggi possibile ammirare in pienezza l’armonia geometrica delle sole strutture di sostegno.

Sull’acropoli romana, sorge la Cattedrale di Ferentino, dedicata ai fratelli martiri romani Giovanni e Paolo. Essa fu costruita nelle forme attuali tra il 1106 e il 1113 durante l’episcopato di Agostino, di origine campana e già monaco di Casamari. La basilica è stata la cattedrale della diocesi di Ferentino fino al 30 settembre del 1986, quando venne costituita la Diocesi di Frosinone –Veroli- Ferentino.

La chiesa ha una semplice facciata a spioventi con tre porte architravate, sormontate da lunette semicircolari, le cui cornici presentano motivi decorativi noti anche nell’architettura romanica della Campania. La compatta superficie muraria della facciata è alleggerita sulla porta maggiore da una monofora, ingentilita da una elegante cornice marmorea in forma di esile colonnina a fusto liscio. Dalla chiarezza geometrica della facciata è facile intuire la suddivisione spaziale dell’interno della chiesa. Le tre porte introducono a tre navate, di cui la centrale è maggiore delle laterali.

Le tre navate della chiesa hanno absidi curvilinee, che all’esterno mostrano le sobrie ed eleganti decorazioni tipiche del romanico longobardo: archetti pensili, sorretti da mensoline con motivi vegetali e simbolici, e semplici lesene che regolarizzano geometricamente la curvilinea superficie esterna dell’abside centrale. Al centro della parete esterna di quest’ultima si apre una monofora, che per dimensioni, forma e foggia decorativa è simile alla monofora, che si apre in facciata.

 

IL PAVIMENTO E LE SUPPELLETTILI LITURGICHE COSMATESCHE

La pavimentazione musiva risale ai secoli XII-XIII, opera di Giacomo della famiglia romana dei Cosmati, come riferisce il Liber cum serie episcoparum, manoscritto settecentesco conservato nell’archivio vecovile di Ferentino, e opera del magister Paules, come recita l’epigrafe HOC HOPIFEX MAGNVS FECIT VIR NOMINE PAVLVS, incisa in un pluteo mosaicato, che delimita l’attuale presbiterio rialzato.

Nel mezzo della navata centrale il pavimento è rialzato in un gradino, probabile testimonianza di una perduta schola cantorum, delimitata da transenne marmoree. Di queste probabilmente si conservano esemplari in quelle mosaicate dai Cosmati con una minuta tessitura delle variopinte tassellazioni ornamentali, che sono state riadattate nella pavimentazione antistante la moderna Memoria del martire Ambrogio.

Affissi alle pareti della basilica cattedrale si possono ammirare lastre di pluteo, frammenti di cornici e pilastrini appartenenti all’antico corredo cosmatesco.

 

LA MEMORIA DEL PATRONO S. AMBROGIO MARTIRE

Nei restauri, conclusi nel 1905, sotto l’altare maggiore fu costruito il sacello con “fenestella confessionis”, dove custodire le reliquie venerate del Santo Patrono della Diocesi di Ferentino, il centurione Ambrogio, martire durante la persecuzione di Diocleziano nel 303, in onore del quale si celebra la festa cittadina ogni 1° maggio.

L’epigrafe incisa su una transenna cosmatesca, prima citata oltre a tramandare il nome del Maestro Paolo, responsabile dei lavori musivi, ricorda anche che ad opera del vescovo Agostino, vissuto durante il pontificato di Pasquale II (1099- 1118) le reliquie del martire Ambrogio, che erano state rinvenute al tempo di Pasquale I (917 -824), furono collocate sotto l’altare:

HOC OPIFEX MAGNVS FECIT VIR NOMINE PAVLVS /MARTIR MIRIFICVS IACET HIC AMBROSIVS INTVS / PRESVL ERAT SVMMVS PASCHALIS PAPA SECVNDVS / QVANDO SVB ALTARI SACRA MARTIRIS OSSA LOCAVIT /AECCLEA PASTOR PIVS AVGVSTINVS ET ACTOR / PRIMITVS INVENTVS FVERIT QVO TEMPORE SCS (SI L)IBET INQVIRI PASQVALIS TEMPORE PRIMI / MARTIRIS IN PVLCRO DOCVIT SCRIPTA SEPVLC.

Prima dei restauri le reliquie del Martire erano venerate sotto l’altare della “cappella” a lui dedicata, che era nella navata destra. In essa nel sec. XVI la Confraternita dello Spirito Santo esercitava il diritto del giuspatronato.

 

IL CANDELABRO TORTILE COSMATESCO

Di proporzioni monumentali e di raffinata fattura è l’elegante colonna tortile cosmatesca che funge da candelabro al cero pasquale e conserva ancora buona parte dell’originaria decorazione musiva. La superficie del candelabro è avvolta da fasce di tessere policrome a motivi geometrici: ai colori roso, verde e blu si associa la sfavillante luminosità dell’oro. La preziosa luce dorata, sprigionata dalla decorazione musiva, sottolinea l’andamento dinamico ondulato e verticale della colonna e la trasforma in richiamo efficace alla “colonna di fuoco”, che durante l’esodo degli Israeliti dell’Egitto nel deserto di notte indicava la strada per raggiungere la libertà nella Terra promessa.

 

IL CIBORIO DI DRUDUS DE TRIVIO

Di rilevante valore storico e artistico è l’architettonico ciborio, l’edicola monumentale a quattro colonne architravate, sormontate dalla cuspide, che delimita e solennizza l’altare maggiore. Datato al periodo tra il 1228 e il 1240, è opera del marmorario Drudo de Trivio, che con rara maestria ha sintetizzato l’equilibrio delle proporzioni geometriche e la leggerezza del linguaggio classico.Le quattro snelle colonne a fusto liscio sono sormontate da capitelli di pregevole fattura: sul lato sinistro sono compositi mentre sul lato destro si affiancano un capitello corinzio, e uno, quello a vista sul lato frontale, decorato da tre teste animali e da una testa di uomo dai caratteri somatici accentuati ( mento ampio, e fronte bassa, forse autorizzato dall’autore), raccordate da festoni vegetali. La raffinata tecnica esecutiva è impreziosita dal delicato uso del trapano, che incide le bianche superfici dei capitelli, creando delicati trapassi chiaroscurali. I capitelli sorreggono un architrave, decorato da una sottile ed elegante fascia musiva cosmatesca a piccole stelle e a sua volta sormontato da piccole colonne a fusto liscio con capitelli (otto per lato), le quali nel lato frontale sono alternate con colonnine tortili con decorazione musiva. Un architrave modanato a tenie aggettanti completa la prima fascia di colonnine del ciborio. Sulle facce dell’architrave maggiore del ciborio sono incise in bei caratteri due epigrafi. Quella incisa sul lato frontale, ARCHILEVITA FVIT NORWICI HAC VERBE IOH (anni)S NOBILI EX GENE (re), indica in Giovanni, arcidiacono di Norwich (Inghilterra), appartenente a una nobile famiglia di Ferentino, il committente dell’opera o forse colui che consacrò il nuovo altare: la seconda, incisa sulla superficie interna dell’architrave nel lato dell’abside, recita il seguente testo MAGISTER DRVDVS DE TRIVIO CIVIS ROMANVS FECIT HOC OPVS, documentando il nome dell’abside marmorario artefice del ciborio. Salla pianta quadrata dell’architrave la struttura del ciborio trapassa quasi insensibilmente, grazie alla dimensione aerea e luminosa della fascia sottostante, alla pianta ottagonale della cuspide, che poggia su colonnine a fusto liscio (4 per lato) ed è comoposta da lastre marmoree; i lati obliqui della cuspide ottagona poggiano in in falso su lastre di marmo incastrate negli angoli dell’architrave quadrato di base. Due lastre della cuspide provengono certamente dalle catacombe romane, come dimostrano i testi epigrafici che esse recano incisi:

(CIL X, 5897)

AFRODISIAE CONIVGI

BENEMERENTI QVE VIXIT

VITA AETATIS SVAE ANNIS

XVIII M VIII DIEBVS XXVIII QVE FE

CIT MECV ANN III M VIII DIEBVS

XXVIII DEMETRIVS MAR

FECIT

 

( CIL X, 5898 )

ALEXIO /BENE ME /RENTI

Il riuso di elementi architettonici appartenenti a lunghi di culto più antichi venne spesso adottato nella costruzione delle chiese medievali, finalizzato a radicare la fede della comunità alla tradizione religiosa paleocristiana e altomedievale. L’ampia cuspide attagonale, tronca alla sommità, è coronata da una fascia a pianta quadrata di colonnine simili alle precendenti (quattro per lato), che sostengono a loro volta un architrave, su cui s’imposta una seconda e più piccola cuspide piramidale a base ottagonale, conclusa dal globo marmoreo sormontato dalla croce.
La ripetizione costante e ordinata della pianta quadrata e ottagonale come del numero 4 e 8 delle colonnine sui rispettivi lati del tegurium non appare fine a se stessa: essa induce a riflettere sul valore simbolico della struttura del ciborio ferentinate, non inteso solo come semplice arredo architettonico, ma come vera architettura generatrice di forme cariche di significati teologici intimamente uniti alla funzione, propria del monumento, di celebrare il Figlio di Dio, che si fa pane per nutrire e salvare l’umanità. I numeri 4 e 8 appaiono rispettivamente come riferimento ai quattro Vangeli e il secondo all’ogdoade, cioè l’ottavo giorno atteso dai padri della Chiesa, quello della Resurrezione e dell’inizio della vita senza fine, che il cristiano nella sua storia quotidiana può pregustare ogni volta che si nutre dell’Eucaresistia.

 

IL CIBORIO PARIETALE QUATTROCENTESCO

Pregevole è anche il ciborio marmoreo parietale del secolo XV, che è murato nella parete prossima all’abside laterale sinistra, occupata oggi dall’altare del SS. Sacramento. Il tabernacolo marmoreo originariamente doveva custodire le Specie Eucaristiche, ma nel secolo XVI era utilizzato come custodia degli Oli Sacri. Il ciborio, realizzato in bassorilievo, ha la forma di tempietto classico ed è attribuito per analogie stilistiche alla scuola di Mino da Fiesole o di Desiderio da Settignano. I due pilastrini laterali, decorati sulla loro superficie da eleganti motivi vegetali di gusto ellenistico, sorreggono con i loro capitelli compositi la trabeazione di tipo ionico, sormontata da un timpano triangolare dalle cornici aggettanti decorate da un profilo di modanature lineari. Lo spazio del piccolo frontone è occupato quasi interamente dalla colomba simbolo dello Spirito Santo, che a testa in giù, con le ali spiegate e disposte parallelamente all’architrave, scende in volo verso il basso. Il tempietto, raffigurato in prospettiva centrale è costituito da un vano rettangolare, coperto da una volta a botte, la cui superficie è occupata da quattro cherubini. Sulle due pareti laterali del vano è aperto un arco, espediente decorativo efficace per suggerire la presenza di ulteriori piani spaziali, tali da alleggerire illusionisticamente l’ambiente raffigurato. Davanti a tali archi due angeli alati, abbigliati in foggia classica con la tunica dal panneggio serico e svolazzante, fiancheggiano un monumentale tabernacolo rettangolare, sollevato da terra tramite un esile supporto e sulla cui sommità c’è l’effigie di Cristo risorto. Gli angeli, con le braccia incrociate sul petto, adorano il pane eucaristico conservato nel tabernacolo e insieme alla figura del Cristo risorto, che sormonta il tabernacolo, delineano i termini di un ideale triangolo, il cui vertice superiore coincide con la figura di Cristo, che regge la croce in segno dell’avvenuta Redenzione. Il rigore geometrico, la chiara struttura prospettica, l’eleganza delle decorazioni e dei dettagli figurativi, la raffinata tecnica tecnica esecutiva, le eleganti modulazioni chiaroscurali del rilievo schiacciato consentono all’Artefice di raggiungere pregevoli effetti spaziali e plastici, pur nella tecnica del bassorilievo, e di celebrare l’Eucarestia, la cui sacralità è ricordata anche dall’iscrizione latina, incisa sulla trabeazione dell’edicola: PINGVIS – EST – PANIS – XPI(ricco di nutrimento è il pane di Cristo.)
Un’altra iscrizione corre alla base dell’edicola e ricorda il committente dell’opera, il Vescovo di Ferentino De Philippinis, il cui stemma sormontato dalla mitria è raffigurato nella mensola curvilinea, che funge visivamente da sostegno all’edicola marmorea.

 

L’ICONOGRAFIA DEGLI INIZI DEL XX SECOLO

Nel 1904 in occasione dei restauri promossi per liberare la Cattedrale dai rifacimenti barocchi, il pittorre Eugenio Cisterna (Genzano 1863 – Roma 1933) fu incaricato dall’Ordinario di allora, mons. Domenico Bianconi di realizzaere ad affresco la nuova decorazione pittorica del Duomo. L’artista rivestì le pareti della basilica con decorazioni lineari in opera isodoma e lungo le pareti della navata centrale raffigurò entro tondi i Santi titolari delle chiese ferentinati e dei centri della Diocesi. Affrescò con nuovi soggetti religiosi, scelti dalla committenza, le absidi della chiesa.

 

GLI AFFRESCHI DELL’ABSIDE E DELL’ARCO TRIONFALE

Di grande interesse per il loro valore catechetico sono gli affreschi del catino absidabile e dell’arco trionfale che per l’equilibrata composizione iconografica e l’armonioso accordo dei colori luminosi, sia queli freddi bianchi e azzurri sia quelli rosati riescono a comunicare con chiarezza i temi fondamentali della Storia della Salvezza.
L’affresco seicentesco dell’Incoronazione della Vergine dell’abside maggiore venne sostituito con il Cristo in maestà, ispirato all’iconografia paleocristiana del catino absidale della chiesa romana di S. Pudenziana, ma con evidenti caratteri dello stile purista di fine Ottocento. Al centro del catino absidale Gesù salvatore è seduto in trono nella veste di Cristo giudice, ma misericordioso poiché ha le braccia allargate in segno di accoglienza e mostra i fori delle mani; indossa una tunica bianca. La mandorla dell’iride, simbolo di eternità e di gloria, circonda la figura luminosa del Cristo Re, e Redentore, come si legge nell’iscrizione in caratteri neogotici che corre nell’estradosso del catino absidale. Ai piedi di Gesù ci sono due cherubini e due serafini. Il serafino di sinitra ha le ali di colore azzurro e quello di destra, invece, di colore rosso, forse richiamo al valore simbolico di tali colori: il rosso infatti rappresenta la regalità, e la natura divina del Cristo, mentre il blu ne rappresenta la natura umana. Disposti simmetricamente ai lati di Gesù sono raffigurati angeli in bianche vesti con le ali variopinte. Essi con i loro attributi e gesti aiutano a riconoscere in Gesù il Cristo Re e Signore del mondo e della storia: alcuni angeli reggono il globo decorato con la croce e con le lettere greche IC (Gesù) e (XC) (Cristo); altri reggono il Libro della legge e sono in atto di adorazione. Nuvole rosse sollevano gli angeli dal prato fiorito, dal cui centro fuoriescono i fiumi paradisiaci, che irrorano la terra, movimentando con le loro sinuose onde la base della composizione iconografica. Dietro le figure di Cristo e degli angeli è rappresentata una cinta muraria, oltre la quale emergono a sinistra la città di Betlemme, simbolo della Chiesa dei Gentili, perchè in essa giunsero i Magi per adorare Gesù, e a destra la città di Gerusalemme, simbolo della chiesa giudauca. La raprresentazione di Gerusalemme è dominata da un edificio monumetale a pianta centrale con copertura a cupola sorretta da arcate, che probabilmente riecheggia la struttura architettonca dell’Anastasis (luogo della resurrezione ) cioè l’edificio fatto costruire da Costantino per proteggere e celebrare il Sepolcro di Gesù a Gerusalemme. Nel cielo azzurro solcato da nubi rosate, le figure simboliche degli Evangelisti si dispongono in ordine simmetrico rispetto alla figura maestosa del Cristo. Sulla sommità del catino un velario variopinto, aperto a ventaglio rappresenta la presenza ineffabile del Creatore: nella sua forma semicircolare ripropone giochi visivi di corrispondenze ritmiche con la mandorla del Cristo e con il più ampio cerchio suggerito dall’arco trionfale. Nella parete absidale l’affresco presenta la raffigurazione dei Santi veneranti della comunità ferentinate per ricondurre i grandi temi della Storia della Salvezza dell’esperienza di vita personale e quotidiana del fedele: entro arcate centinate sono dipinti, a partire da sinistra, i martiri titolari della Basilica, i fratelli Romani Giovanni e Paolo, il martire Ambrogio Centurione, Patrono della Diocesi, e S. Redento, riconosciuto quale antico vescovo di Ferentino. Nell’arco trionfale campeggia la poetica rappresentazione dell’ Incarnazione, e costituisce l’evento fondamentale per la nostra adorazione a Figli di Dio, e per la Redenzione del genere umano. Al centro della parete, entro un clipeo, definito da serafini, e stelle, sono raffigurate le persone del Padre creatore benediciente, il cui volto barbato è affiancato dalle lettere apocalittiche A e Ω (alfa e omega), e la colomba mistica dello spirito santo da cui si dipartono raggi dorati che raggiungono la flessuosa figura di Maria. La Vergine è rappresentata sul lato destro, davanti a un edificio e nell’atto di consigliere un giglio del giardino fiorito, in cui Ella si trova. Ledificio alle spalle di Maria ha una porta, oltre la quale si intravede emergere dallo sfondo rosastro la sagoma scura di una donna seduta con in mano un rotolo: allusione alla consuetudine della Vergine di Nazaret alla lettura del testo sacro e alla preghiera, colloquio intimo con Dio. Sul lato opposto della parete è raffigurato l’angelo Gabriele con sei ali variopinte, il quale, sollevato da terra, sembra appena giunto in volo, spinto da un vento leggero, di cui le piccole nubi rosse suggeriscono il percorso. Le frasi evangeliche dell’Annuncio e della consapevole risposta di Maria sono dipinte in lettere cubitali dorate sull’azzurro del cielo e sottolineano l’efficacia scenica della rappresentazione. Un arcobaleno congiunge le figure dell’Angelo, di Dio Padre e di Dio Spirito con quella della Vergine, nel cui seno già palpita il Verbo incarnato. La tenda, che è raffigurata nello sfondo, assume allora il significato simbolico di richiamo all’Arca della Alleanza. La decorazione dell’arco trionfale è completata negli spazi trinagolari di risulta, fiancheggianti le reni dell’arco del catino absidale, dalle raffigurazioni dello stemma episcopale del vescovo Bianconi, a destra, e dello stemma di Pio X, a sinistra.

 

LE ABSIDI LATERALI

Ad Eugenio Cisterna si devono anche gli affreschi che ornano le absidi delle navate laterali. L’affresco dell’abside sinistra raffigura nel catino il cielo stellato con al vertice la conchiglia simbolo dell’Eterno; nella parete abisidale è raffigurato Gesù bambino, che con in mano il Vangelo, è seduto in trono ed è fiancheggiato da Maria e Giuseppe in piedi ai suoi lati, ricordo dell’episodio evangelico del ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio, primo annuncio ufficiale della figura di Gesù Maestro. Nel catino dell’abside destra è riprodotto il cielo illuminato da stelle d’oro, che sovrasta le due città di Gerusalemme e Betlemme affiancate ciascuna da una palma, visibili in secondo piano oltre il muro, che al centro ha il trono, davanti al quale è raffigurato Gesù, dalla barba e capelli lunghi, nell’atto di donare le chiavi del Regno a S. Pietro, inginocchiato alla sua destra. Un angelo dalle ali variopinte è inginocchiato alla sinistra di Gesù, in atto di reggere la mitria pontificia mentre osserva la scena del Traditio, annuncio della trasmissione della dell’autorità di Cristo al Magistero della Chiesa nel suo pontefice e nei suoi vescovi, come ricorda anche l’iscrizione latina SUPER HANC PETRAM AEDIFICABO ECCLESIAM MEAM, dipinta su una fascia d’oro nell’imposta del catino absidale.

 

LA SACRESTIA

La porta di accesso alla sacrestia è ornata da una sfinge e un leone stilofori, da mensole medievali in foggia di teste coronate. Tra queste di particolare interesse è quella che a tradizione vuole essere il ritratto del re Giovanni di Brienne, suocero dell’imperatore svevo Federico II: sotto il mento barbato è scolpito il muso di una civetta , classico attributo alla dea Atena e chiaro simbolo della lungimiranza e del discernimento, qualità indispoensabili per assicurare il corretto esercizio del potere. All’interno della sacrestia si conservano i pregevoli resti architettonici di un ciborio altomedievale, le cui lastre, scolpite a bassorilievo con i motivi geometrici di evidente ispirazione longobarda, evidenziano il rigoroso rispetto dell’equilibrio simmetrico della composizione unito ad un’esecuzione raffinata, frutto di maestranze legate alla tradizione scultorea paleocristiana romana. Una delle lastre del ciborio altomedievale presenta caratteri iconografici ed elementi simbolici, che la propongono come quella frontale, dell’antico ciborio. Il bel motivo a treccia, che decora la ghiera dell’arco a tutto sesto, è tipico segno allusivo all’ eterntà di Dio; negli spazi triangolari di risulta tra l’arco e i margini esterni della lastra sono raffigurati in stile naturalistico due pavoni, tradizionale simbolo paleocristiano dell’immortalità, la parte alta della lastra presenta, in fine decorazioni stilizzate di fiori di giglio e dinamiche onde ornamentali, disposte su due fasce orizzontali sovrapposte. Attraverso la chiarezza dell’astrazione geometrica e la bellezza armoniosa delle forme giunge diritto al cuore il significato salvifico della liturgia eucaristica, di cui il ciborio stesso, quale arredo architettonico evidenzia in chiave monumentale il valore sacrale. In occasione dei già citati restauri venne trasferito alla sacrestia il monumento funebre parietale settecentesco del Vescovo ferentinate mons. Fabrizio Borgia, opera del genovese Francesco Queirolo, (1705- 1762), originariamente murato dal Vescovo committente tra i due pilastri della zona presbiteriale, a destra dell’altare maggiore. Il monumento funerario del Vescovo Borgia ad un’attenta osservazione si mostra non privo di bellezza formale e di valore estetico. Esso presenta tutti i caratteri tipici della scultura barocca, quali l’uso di marmi policromi e il virtuosismo tecnico nella lavorazione del marmo. Con sapiente maestria l’artista raggiunge effetti di realismo nella resa del panneggio dei tessuti, nella definizione del busto-ritratto del defunto e delle insegne della sua dignità episcopale, nella rappresentazione plastica e dinamica degli angioletti, che attestano la certezza del gaudio eterno, e nella rappresentazione del teschio alato, allegoria della morte fisica. Lo stupore derivato dalla perfetta mimesi degli elementi raffigurati, che attraverso l’arte acquistano vitalità ed efficacia comunicativa, spinge alla riflessione morale: la morte fisica è per tutti gli uomini, anche per coloro che nella storia si trovano ad occupare posizioni eminenti, ma in ogni condizione umana la fede assicura che con la morte la vita non finisce, poiché viene trasformata.

 

IL CAMPANILE

Il campanile ronmanico a pianta quadrata si eregge sul limite orientale della spianata acropolica staccato dalla chiesa a breve distanza dall’abside orientale. Al suo lato meridionale è addossato l’episcopio. Di notevole altezza, la parte superiore è suddivisa in tre registri da cornici marcapiano sostenute da mensole scolpite. Sotto la cornice del primo registro (lato ovest) la muratura presenta una fascia decorativa in opera “spicata” di laterizi. Nel secondo e terzo registro su ogni lato si apre rispettivamente una bifora e una trifora con capitelli scolpiti. Il sottotetto è ornato con archetti pensili. Sotto le arcatelle cieche del sottotetto sul lato ovest c’è un’iscrizione in latino medievale, letta da Augusto Campana, in chiave apotropaica, quale scongiuro contro la caduta dei fulmini. La porta di accesso architravata e con arco di scarico a sesto acuto si affaccia sullo spiazzo delimitato dalle absidi e dal Palazzo episcopale. La voce delle campane può essere udita fino ad un raggio di cinque chilometri di distanza, soprattutto in condizioni di tempo sereno.

 

IL PORTICATO DELLA CATTEDRALE OTTOCENTESCA

Il lato occidentale della piazza Duomo presenta su un alto podio i resti del porticato antistante la facciata della nuova cattedrale, che il vescovo Bernardo Maria Tirabassi volle far costruire in dimensioni maggiori di quella medievale, che, rivestita della veste barocca, appariva piccola per contenere la popolazione. L’incarico di redigere il progetto della nuova catterale fu affidato all’arch. Andrea Busiri Vici ( Roma 1818 – 1911). Il progetto (1863) prevedeva uno schema basilicale a tre navate con cupola monumentale e cripta sottostante il presbiterio. Una grande scalinata avrebbe permesso l’accesso “al vestibolo, formato da un gigantesco arco sorretto da due colonne con capitelli corinzi, avente all’altezza della contro chiave in ambedue le superfici, medaglioni raffiguranti angeli accovacciati. Nell’arco, sormontato da un timpano triangolare in cui è inserito lo stemma papale di Pio IX si definisce la loggia delle benededizioni. Ai lati, due campanili gemelli, e sulla balaustra due statue di santi”. Il propsetto corrisponde ai resti in travertino del pronao visibili in Piazza Duomo (lato ovest). Per edificare la nuova chiesa tra il 1850 e il 1854 si demolì l’antico edificio esistente sul lato nord occientale dell’acropoli, di cui si conserva memoria grazie ai disegni planimetrici eseguiti a Marianna Candidi Dionigi nel 1809. Dalla planimetria e dalla descrizione dell’area lasciateci dalla nobildonna romana, si deduce la presenza di una fortificazione, caratterizzata da un edificio a pianta rettangolare allungata con torri angolari quadrate. Di tale complesso doveva far parte anche la chiesa di San Pietro Apostolo, probabilmente risalente al secolo IX, edificio non menzionato dalla Dionigi, ma noto dai documenti sin dal 113. La costruzione del moderno duomo fu interrotta nel 1865 alla morte del Vescovo Tirabassi e non più portata a termine per l’ingente spesa che essa necessitava, difficile da sostenere soprattutto dopo la presa di Roma (1870). Del progetto erano state messe in opera solo le strutture del porticato del pronao (spazio porticato antistante l’ingresso al tempio), che, fiancheggiate da pini e restaurate sul finire el sec. XX, hanno ingentilito il lato ovest della Piazza Duomo, creando una sorta di proscenio suggestivo.

La chiesa di San Francesco, fiancheggiata da un alto campanile di fattura analoga a quello della cattedrale nella decorazione ad archetti pensili del sottotetto, fu costruita a partire dal 1255 circa, è stata edificata secondo criteri funzionali alla predicazione: ha un’unica navata a pianta rettangolare, coperta da capriate lignee nella zona destinata ai fedeli e da due ampie volte a crociera ogivale nella zona presbiteriale. La facciata a spioventi ha un’unica porta d’ingresso architravata e sormontata da una lunetta semicircolare. Interessante la presenza di elementi decorativi cistercensi nella decorazione del sottotetto a beccarelli sgusciati e nel rosone di fattura analoga a quello della facciata di S.Maria Maggiore.
Modifiche strutturali al convento e all’arredo iconografico della chiesa vennero realizzate nella prima metà del Settecento ad opera dei Francescani e dopo il 1814, quando i francescani vennero sostituiti dai Gesuiti. A quest’ultimi si deve in particolare la decorazione illusionista ad affresco della parete absidale rettilinea: una finta abside concava, delimitata da due colonne laterali con capitelli corinzi e sormontata da un catino cassettonato, accoglie la pala d’altare, una tela raffigurante la Madonna col Bambino ed i Santi Ignazio e Francesco Saverio (sec. XVIII-XIX) di autore di probabile provenienza romana. Nella campata intermedia tra la navata coperta a capriate e la zona del presbiterio sulle pareti laterali ci sono altari dedicati a Sant’Antonio di Padova e a San Francesco. Sull’altare di sinistra, si trova la tela centinata raffigurante le stimmate di San Francesco mentre su quella di destra è stata esposta una piccola tela raffigurante La Madonna Addolorata, opera del pittore ceccanese Marco Gizzi. Nel 1872 nei locali del piano terra dell’ex convento venne costituito il Museo Civico. In esso vennero collocati insieme ai reperti archeologici di epoca romana anche rilievi medievali. La collezione epigrafica del Comune di Ferentino non è copiosa, ma è importantissima perchè raccoglie quasi tutte le iscrizioni trovate negli anni 1844 e seguenti nella contrada, a poca distanza da Porta S.Maria, nel terreno dove è anche il monumento equestre di Aulo Quintilio Prisco, allora di proprietà dei fratelli Bono, eruditi locali dell’Ottocento.

Costeggia il lato sinistro della via Consolare la chiesa di San Pancrazio, la cui esistenza è attestata già nel 1066, citata insieme alla chiesa di San Valentino nelle iscrizioni dell’antica porta bronzea della chiesa abbaziale di Montecassimo. Le strutture architettoniche attuali appartengono ad un rifacimento moderno, che ha stravolto le forme medievali: l’interno ha una navata con asse est-ovest, coperta da volta a botte finestrata e con presbiterio rialzato, arco trionfale a tutto sesto e parete absidale rettilinea. Sul lato destro del presbiterio si apre il vano sacrestia. Nella semplice facciata a capanna si aprono un portale centrale architravato in pietra e, soprastante, un’ampia finestra a lunetta semicircolare: sotto il vertice del timpano è murato lo stemma di Ferentino, attribuito al secolo XIII. Nella parete esterna dell’abside è visibile una monofora, murata in età moderna.
Grazie ad alcuni interventi venne riportato alla luce un colonnato medievale, che modifiche architettoniche, attuate probabilmente nel secolo XVIII, avevano celato. La chiesa, infatti, fù privata delle due navate laterali e, forse, anche del raccordo architettonico con la cripta sottostante. Le arcate della navata centrale vennero murate, ma oggi, liberati dall’intonaco di rivestimento sono visibili nelle pareti interne della chiesa i medievali archi a tutto sesto, poggianti su colonna a fusto liscio, ornate da capitelli di fattura cistercense, con evidenti affinità con prodotti scultorei presenti a Casamari. Pregevole la decorazione plastica dell’antico altare, che in occasione di un recente restauro (2003) è stata ricomposta nella struttura di un altare a mensa, del tipo “a blocco” di circa 80 cm di lato per 87 cm di altezza.
Nella chiesa viene tributato il culto alla Madonna del Carmine e a S.Antonio da Padova. La chiesa conserva dipinti su tela ascrivibili ai secoli XVI-XIX. La parete absidale è ornata da una tela di ignoto autore del secolo XVII, raffigurante San Silvestro e San Pancrazio. Si conserva un dipinto attribuito alla scuola di Andrea Giorgini, prima metà del secolo XIX, raffigurante la Vergine e S.Antonio da Padova.

La chiesa di S.Valentino è di antica fondazione e, come la chiesa di S.Pancrazio, è citata nelle iscrizioni della porta della chiesa abbaziale cassinese, realizzata a Costantinopoli nel 1066 per ordine dell’abate Desiderio. La chiesa si affaccia su Piazza G.Matteotti, mentre la parete absidale fiancheggia la via Consolare. Della chiesa medievale si conservano il campanile, addossato al lato settentrionale della chiesa, e la pregevole abside pensile, che sormonta l’ingresso alla cripta che ospita l’Oratorio dei SS.Filippo e Giacomo.
La lunetta a tutto sesto soprastante l’architrave della porta di ingresso all’Oratorio è ornata da foglie di acanto finemente rese secondo lo stileclassicheggiante, elaborato nella corte federiciana; anche la cornice, che profila senza soluzione di continuità le finestre che si affiancano al portale, denota coerenza linguistica con quelle di Castel del Monte in Puglia.
La struttura databile alla metà del secolo XIII, presenta l’ardita soluzione architettonica dell’abside pensile per risolvere efficacemente un problema funzionale ed urbanistico: quello funzionale, per consentire da Via Consolare, arteria principale del tessuto urbano medievale, l’accesso all’Oratorio dei Santi Filippo e Giacomo, sottostante il presbiterio della chiesa; e quello urbanistico, per evitare il restringimento della stessa via Consolare, su cui l’abside sporge. Nell’Abside dell’Oratorio, rimangono labili tracce di un affresco moderno raffigurante la Trinità; sottostante la Trinità è la figura della Madonna con il Bambino Gesù. Ai lati dell’abside, da una parte le figure dei Santi Filippo e Giacomo, dall’altra, S.Martino che dona il mantello al povero.
La Chiesa di S.Valentino fu ristrutturata nel 1844, come recita l’iscrizione della facciata in stile rinascimentale, che si affaccia sulla Piazza Matteotti (IN HONOREM SANCTI VALENTINI MRIS/ REAEDIFICATVM/ ANNO DOMINI MDCCCXLIV). L’edificio venne rialzato con la costruzione di una cupola a sesto ribassato, poggiata su pennacchi sferici, che copre il presbiterio. L’unica navata, scandita da due cappelle per lato, è coperta da una volta a botte con lunette finestrate per aumentare la luminosità diurna all’interno della chiesa.
All’interno la chiesa si presenta nell’aspetto ottenuto nei lavori di ricostruzione iniziati dal parroco Radaele Di Torrice nel 1969 per adattare l’edificio alle nuove necessità liturgiche.
Nel presbiterio si conservano affreschi, provenienti da altre chiese cittadine: la Crocifissione di Maria, Giovanni evangelista, S.Pietro e S.Andrea (sec. XVI a.C.), proveniente dalla chiesa distrutta di S.Andrea; e l’affresco staccato da una lunetta ogivale della chiesa di San Francesco, sec. XIII ex-XIV in., raffigurante le storie di S.Elisabetta d’Ungheria.
Nella chiesa di San Valentino è collocata la tela raffigurante la Predica di S.Antonio ai pesci (fine sec. XVII), proveniente dalla chiesa di S.Francesco.
Nel 2005 è stata realizzata la vetrata policroma sul portale della facciata raffigurante Cristo Maestro, opera di Vincenzo Ludovici.
Dopo la canonizzazione di padre Pio da Pietralcina è stata donata alla chiesa la statua bronzea del Santo francescano, collocanata nella prima cappella di sinistra, in cui è stata ricavata anche una nicchia per l’esposizione della reliquia di San Pio, donata dall’Ordinario diocesano, mons. Salvatore Boccaccio.

Nei pressi del Teatro, abbandonato in età medievale, fu eretta la Chiesa di Santa Lucia, edificata probabilmente nel secolo XII nella zona limitrofa al teatro romano e, secondo le ipotesi ottocentesche, in un’area forse pertinente ad antiche strutture termali. La chiesa è a due navate, di cui la maggiore absidata: la cripta sottostante alla navata maggiore, è dedicata al culto di San Biagio m. Caratteristica la decorazione esterna dell’abside ad archetti pensili sovrapposti.
Dalla Via Antiche Terme, che fiancheggia il lato sud della chiesa, si può scorgere il campaniletto a vela innestato nello spiovente destro della fronte principale.
L’interno della chiesa conserva sulla parete sinistra della navata maggiore lacerti di affreschi appartenenti a varie epoche, alcuni databili dal XIII al XVIII secolo, raffiguranti santi. Tra questi un’immagine di Santa Lucia, raffigurata con un giglio in mano e con un copricapo che caratterizza la sua iconografia medievale in area campana.

Altri affreschi appaiono più tardi sia perchè sovrapposti sia per lo stile, come suggerisce l’immagine di S.Sebastiano, realizzato in modo sommario. Una cornice in stucco delimita l’affresco di scuola locale, che, secondo l’iconografia devozionale del secolo XVII, raffigura la Vergine con il bambino venerati dai Santi Ambrogio e Biagio, riconoscibili dalle loro vesti: militari per primo, episcopali per il secondo. Di particolare interesse per la storia moderna di Ferentino è l’affresco absidale commissionato nel 1585 dal vescovo Silvio Galassi, primo vescovo di Ferentino dopo la chiusura del Concilio tridentino. L’affresco, che è anche l’unica testimonianza monumentale conservataci dalle commissioni artistiche del vescovo nella città di Ferentino, raffigura il martirio di S.Lucia nell’iconografia e nello stile tipici dell’arte della Riforma cattolica. Ai lati del catino absidale sono affrescati gli stemmi dei committenti: a destra entro uno scudo accartocciato il giglio bianco su sfondo rosso, stemma della città di Ferentino, e a sinistra entro lo scudo accartocciato, timbrato di cappello vescovile, è rappresentato lo stemma di Silvio Galassi: un gallo posto su un monte di tre cime, caricato di tre stelle in fascia. Sotto lo stemma vescovile nell’affresco è raffigurato un cartiglio in cui era scritta a pennello in corsivo la firma del pittore, Federicus Licatius pinxit, testimoniata da documenti fotografici, perchè non più leggibile.
Sulla parete laterale all’absidiola della cripta si conservano labili tracce di un affresco raffigurante l’immagine equestre del patrono S.Ambrogio Martire.

Prossima alle mura di cinta nel versante sud-orientale e alle porte Sanguinaria e Casamari è la splendida chiesa di Santa Maria Maggiore. La chiesa è attestata nei documenti d’archivio nel 1251, quando viene nominato Alessandro, canonico della chiesa di Santa Maria Maggiore. Le fonti ottocentesche informano che essa venne costruita dai Cistercensi e consacrata nel 1121, a un anno dalla conclusione dei lavori di costruzione; alla chiesa, riedificata sui ruderi di un precedente edificio, era annessa la residenza vescovile. La tradizione locale vuole che la chiesa sia stata edificata dai Cistercensi grazie alle offerte generose del Comune e di Federico II di Svevia nel XIII secolo. Che il Comune abbia contribuito alla costruzione dell’edificio è documentato nella rubrica 81 del V libro degli Statuti medievali del Comune di Ferentino, in cui si stabilisce per la manutenzione della chiesa l’elargizione annuale di cento soldi, tratti dai proventi comunali. La chiesa a pianta rettangolare, venne costruita sull’area di un antico terrazzamento poligonale, sul cui limite meridionale poggiano i pilastri della navata destra. In età paleocristiana l’area fu occupata da luoghi di culto cristiano, come si è visto in occasione dei lavori di restauro effettuati negli anni 1977-1984. In tali lavori sono venute alla luce le fondazioni di due edifici absidati, con orientamento opposto a quello della chiesa attuale, databili probabilmente ai secoli del tardo-antico e dell’epoca altomedievale. Inoltre inglobate nelle strutture di formazione della chiesa attuale sono emerse tracce di un’abitazione romana (sec.IV-V d. C.), cui, forse, può far riferimento un’epigrafe mutila contemporanea, conservata nella medesima chiesa. Dal testo dell’epigrafe si ricava la dedica di Gaio Valerio in memoria della moglie, morta a trentaquattro anni e dieci mesi che aveva ricostruito a sue spese un edificio, distrutto durante una terribile persecuzione, probabimente quella diocleziana del 303 d. C. L’epigrafe e i resti archeologici rinvenuti sotto il pavimento consentono di ipotizzare nell’area occupata dalla chiesa di Santa Maria Maggiore il sito della prima domus ecclesiae, poi basilica cristiana e cattedrale di Ferentino. Oltre al criterio della continuità d’uso cultuale di aree consacrate, confermato dalla presenza di strutture murarie ad abside sotto la pavimentazione della chiesa medievale, sostiene tale ipotesi anche la posizione topografica di S. Maria Maggiore, edificata in un’area periferica della città, ma in un sito che già in età antica doveva essere molto frequentato, essendo limitrofo alle mura e a due porte importanti quali la porta Maggiore (est), e la porta Sanguinaria (sud), entrambe in comunicazione con la via Latina ed in prossimità dell’edificio teatrale (costruito in età traianea), punto vitale cittadino d’incontro e di confronto umano, sociale, culturale, e certamente anche religioso. La chiesa di S. Maria Maggiore è in stile gotico-cistercense, come si può vedere dalle decorazioni a beccatelli sgusciati del sottotetto e dai contrafforti a cappuccio, che rinforzano all’esterno le strutture perimetrali della chiesa nei punti di maggiore scarico dei pesi delle volte a crociera del transetto e della zona presbiteriale. Anche in facciata lo stile cistercense è ravvisabie nel tentativo riuscito di equilibrare l’andamento vertilcale accentuato dalla navata centrale mediante l’inserimento di orizzontali cornici marcapiano. Un corto tiburio ottagonale, reso aereo da ampie finestre, si imposta sul tetto in corrispondenza della crociera centrale del transetto, qualificandosi quale punto di convergenza e di sintesi di tutte le linee direzionali dell’edificio: quelle verticali delle pareti e quellle obblique e orizzontali degli spioventi e della sommità del tetto. La facciata è ornata da tre rosoni, corrispondenti alle tre navate che dividono l’interno. Il rosone più grande ed elaborato è quello che dà luce alla navata centrale: raffigura una rosa stilizzata e la colonnina centrale superiore ha il capitello ornato agli angoli da testine umane ed animali (cfr. rosone della chiesa ferentinate di S.Francesco). Sormonta l’area rosa un bassorilievo in marmo bianco, che riproduce il Cristo beneficiente: la raffigurazione frontale e rigida della figura sottolinea l’intento di raffigurare la ieraticità dell’immagine e induce a datare il bassorilievo ad un periodo anteriore al completamento della chiesa cistercense, forse appartenuto all’edificio di culto ad essa precedente. La porta centrale è ornata da un elegante protiro, databile agli inzi del secolo XIV. Esso è sorretto da leoni stilofori ed è decorato con elementi vegetali desunti dal repertorio classico, scolpito con raffinata tecnica esecutiva. Nell’attico bassorilievi raffiguranti i simboli degli evangelisti si affiancano al riquadro centrale raffigurante l’Agnello crucifero. I bassorilievi ricalcano l’iconografia delle formelle marmoree (sec. XI-XIII) conservate nel palazzo dle Collegio “Martino Filetico”, ma presentano un modellato più attento alla resa degli effetti plastici e volumetrici. Le porte laterali sono decorate da lunette semicircolari, profilate da cornici marmoree: quella di sinistra è sorretta da due testine coronate ornamentali, che la tradizione identifica in Federico II di Svevia e in Costanza d’Altavilla. Tipicamente medievale è il gocciolatoio in foggia di lupo che raccoglie l’acqua piovana dello spiovente del tetto della cappella absidale del lato NE, mentre le impronte di arcate a sesto acuto, visibili nella muratura del fianco sinistro (nord) della chiesa, fanno pensare ad un porticato anticamente ad essa addossato. Altamente suggestiva è la percezione visiva del lato meridionale del transetto, che coincide con un notevole dislivello del colle, essendo la chiesa costruita su un terrazzamento antico. Straordinario l’effetto di slancio sottolineato dai contrafforti e della cuspide del tetto del transetto meridionale, coronata da un piccolo campanile a vela, che svetta leggero a dominio della sottostante vallata del Sacco. All’interno la chiesa di S. Maria Maggiore si presenta accogliente per la chiarezza geometrica con cui è scandido lo spazio: semplice e austero nelle navate coperte da capriate lignee, raffinato e solenne nel transetto, coperte da volte a crociera. Le capriate lignee delle navate e le due file di ampie arcate a sesto acuto, poggianti su pilastri a sezione rettangolare, suggeriscono un cadenzato itinerario orizzintale verso l’altare. Le tre ampie volte a crociera del transetto e quelle della zona presbiteriale, di cui le due laterali più basse della absidale, sono sostenute da eleganti pilastri a fascio, che innalzano lo sguardo verso l’alto, catturato dalla crociera costolonata della campata centrale del transetto, che ha la stessa altezza della capriata della navata centrale, e dell’elegante sobrietà delle strutture murarie e dell’arredo architettonico. La luce, che attraverso le numerose finestre nelle ore diurne inonda le navate e il presbiterio, valorizza nelle cornici, nei pilastri, nei capitelli, e negli spazi misurati delle campate le tensioni dinamiche, che inducono a percepire l’edificio come un organismo vivo con le sue forze strutturali e spaziali in dinamica tensione verso la zona presbiteriale e verso l’alto. Ciò conferma la coerente progettazione spaziale dell’edificio, concepito sia perchè fosse predominante la percezione visiva dell’altare, luogo di attrazione liturgia scenica della liturgia sacra, sia come metafora del percorso individuale e comunitario di ascesi dello spazio esterno cittadino, luogo della ordinarietà della vita quotidiana, a quello santificato dell’altare, che, punto d’incontro e sintesi delle tensioni orizzontali e verticali, diviene incrocio luminoso delle aspirazioni umane e delle aspettative divine. Le tecniche architettoniche predominanti nella chiesa di S. Maria Maggiore sono di matrice cistercense, tuttavia, l’edificio presenta caratteri, quali ad esempio la soluzione rettilinea dell’abside finestrata con una bifora e con un rosone, che la qualificano come opera originale nel panorama architettonico duecentesco della zona, dimostrazione della sorprendente abilità propria dei costruttori cistercensi di adattarsi alle esigenze edilizie cittadine, assimilando in una straordinaria e coerente sintesi architettonica stimoli formali e accenti linguistici locali. La copertura lignea delle navate e il vezzoso campanile a vela, posto al vertice della facciata merdionale del transetto, sono significativi elementi dell’architettura mendicante, che l’ordine Francescano introdusse anche a Ferentino nella seconda metà del secolo XIII, come attestato dalla costruzione della chiesa urbana di S. Francesco.

IL TELAMONE – ACQUASANTIERA

Un telamone scolpito di marmo, reimpiegato come acquasantiera, si conserva all’interno della chiesa, tra la porta centrale e quella nord. La piccola figura virale è a dorso nudo ed indossa soltanto un corto gonnelino. Inginocchiato sulla gamba destra, ha il braccio sinistro teso, la gamba sinistra piegata in avanti. Il braccio destro è piegato e con la mano destra sorregge la mensola che gli grava sul collo e sulla nuca. Il busto è reso con tratti anatomici approssimativi, ma espressivi di una corporatura affaticata dal carico pesante che il telamone sopporta sulle spalle. Anche il collo incastrato tra le clavicole, l’andamento obbliquo del busto, sbilanciato da sinistra in basso a destra in alto, l’espressione goffa del volto con gli occhi spalancati e quasi fuori dalle orbite esprimono efficacemente la deformazione fisica del corpo causata dallo sforzo sostenuto. L’espressione in volgare V PESA (uh, pesa!), incisa verticalmente sulla superficie della mensola al lato destro del volto, dà voce al sentimento espresso già visivamente dalla forma plastica del telamone. Sulla faccia laterale destra della mensola è scolpito in bassorilievo il giglio, che, stemma del Comune di Ferentino, denota nel telamone un probabile dono comunale. La datazione dell’iscrizione al 1220-30 colloca l’esecuzione del telamone in un periodo precedente la costruzione della chiesa, come lascia intuire anche la foggia stilistica dell’opera, incline ai moduli espressivi della scultura romanica, piuttosto che che alla dinamica ed elegante stilizzazione formale propria del linguaggio gotico.

LA PALA DELL’ASSUNZIONE DELLA VERGINE

Nei restauri effettuati agli inizi del XX secolo, si riportarono in luce le antiche strutture architettoniche della chiesa nascoste dai rivestimenti settecenteschi ( intonaci e volte posticce), se giunti probabilmente alla isituzione della collegiata, in occasione della quaele nell’anno 1801 si commissionò al pittore ferentinate Desiderio De Angelis l’esecuzione della pala dell’altare maggiore, raffigurante l’Assunzione della Vergine. Nei restauri sopra citati vennero rimossi anche i muri settecenteschi, che avevano occluso la bifora della parete absidale e la pala del De Angelis venne spostata nella parete di controfacciata, sotto il grande rosone di facciata. Il pittore ferentinate raffigurò Maria assunta in cielo fra lo stupore degli apostoli, servendosi degli accenti stilistici tipici dell’iconografia devozionale settecentesca. I forti contrasti chiaroscurali, il risalto delle intense tonalità calde, il punto di vista prospettico di sotto in su e la composizione strutturata secondo ritmi dinamici ascensionali sono i mezzi compositivi utilizzati da De Angelis per coinvolgere i fedeli nella visione dell’evento, suscitare in loro emozioni e indurli a percepire in modo consapevole ciò che la fede e l’immagginazione suggeriscono. La Vergine sale al cielo con la veste svolazzante, stagliandosi su uno sfondo d’intensa luce dorata. Gli angeli le fanno corona nella parte superiore della tela. In basso sono raffigurati gi apostoli intorno al sepolcro vuoto e San Pietro, inginocchiato, guarda con devozione estatica la figura di Maria.

LA MADONNA DELLE GRAZIE

Nella parete di controfacciata tra l’ingresso centrale e la porta minore meridionale è conservato parte di un affresco duecentesco, circondato da una moderna cornice marmorea rettangolare, decorata da intarsi di stile cosmatesco. L’affresco raffigura la Madonna con il volto di tre quarti, il manto blu dal panneggio appena delineato con rapide pennellate più scure, e la tunica rossa. Seduta su un trono, Maria ha il capo corcondato dall’aureola ormai priva del colore originario, con i raggi incisi direttamente sull’intonaco; un bordo scuro stacca l’aureola dal piano di fondo. Maria regge in grembo il bambino Gesù, che con la mano sinistra stringe al petto il Vangelo. La veste di Gesù è completamente scolorita, ma si conserva la sinopia delle dita dei piedini. Il nimbo di Gesù, simile per fattura a quello di Maria, è però caratterizzato dai bracci della croce. Dal trono si conserva la spalliera, la cui superficie, ornata da losanghe delineata da sottili linee chiare su fondo rosso, è profilata in alto da una striscia ondulata, di cui si è persa l’originaria colorazione. L’affresco evidenzia uno stile caratterizzato dalla bidimensionalità, dalla disorganicità formale e della rigidità delle figure. Tali stilemi vengono smorzati in parte dal dinamico gioco grafico delle decorazioni geometriche del trono e dalla morbida modulazione chiaroscurale, che sembra trasparire da quanto resta della colorazione dei volti, forse opera di un artefice più esperto. Ciò rende le figure di Maria e di Gesù ieratiche e nello stesso tempo presenti e vive nell’esperienza quotidiana del fedele, suscitando fino ai nostri giorni una sentita devozione popolare dell’immagine, venerata col titolo di “Madonna delle Grazie”.

Dalla terrazza retrostante la chiesa di San Francesco si può ammirare in lontananza la città di Anagni e nella vallata, a poca distanza dalle mura cittadine, il complesso monumentale del Monastero di Sant’Antonio Abate, eretto sul colle detto del Fico, che sovrasta la contrada Ponte Grande ed è fiancheggiato a sud dalla via Latina, oggi via Casilina. Il monastero fu fondato dopo il 1260 da Pietro del Morrone, divenuto papa nel 1294 con il nome di Celestino V. Il più antico documento relativo al monastero ferentinate di S. Antonio Abate conosciuto ne attesta l’esistenza in data 14 aprile 1267: si tratta di un atto di donazione al monastero, conservato nel Fondo Celestini dell’Archivio Segreto Vaticano. La chiesa dal 1296 al 1327 ospitò le spoglie mortali del suo fondatore, che morì a Fumone il 19 maggio 1296. Meta di pellegrinaggi, intensificatisi dopo il 1313, anno di canonizzazione di Pietro del Morrone, la chiesa, edificata con materiale locale e fondata direttamente sul banco di arenaria di appoggio, si abbellì di affreschi di pregevole fattura, come testimoniano le pitture di scuola romana, riportate alla luce in occasione dei restauri effettuati dalla Sovrintendenza ai Beni Monumentali e terminati nel 1995-96. I restauri hanno provveduto al consolidamento delle strutture murarie e di fondazione nonché alla rimozione delle modificazioni moderne che ponevano in serio pericolo la statica dell’antico monumento. La chiesa, infatti, subì trasformazioni specialmente alla fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento, come dimostrano le decorazioni in stucco del presbiterio. L’intervento più significativo per il recupero del corredo iconografico è stata la rimozione della volta a botte ribassata, la cui costruzione aveva celato gli affreschi medievali, conservatisi nel sottotetto e sull’arco trionfale, e trasformato l’edificio originario a tre navate in quello a navata unica con cappelle laterali. Realizzata con materiale povero, la volta era in procinto di sgretolarsi e provocare ulteriori danni alle strutture murarie antiche. La chiesa di Sant’Antonio abate ha una semplice facciata a capanna con campanile impostato su uno degli spioventi: la porta di accesso, sormontata da una lunetta a tutto sesto, presenta un architrave sorretto da mensole, la cui decorazione è simile a quella delle mensole della porta sinistra di ingresso alla chiesa abbaziale di Casamari, testimonianza significativa della diffusione nel XIII secolo del linguaggio cistercense anche nel territorio rurale ferentinate. I restauri (1995-96) hanno restituito all’edificio l’originaria pianta a tre navate, distinte da pilastri che sorreggono arcate a tutto sesto in prossimità della zona presbiteriale. Le navatelle laterali sono coperte da volte a crociera. La navata centrale ha la parete absidale rettilinea e, come nelle chiese urbane di S. Francesco e S. Maria Maggiore, presenta due tipi di copertura: lignea nell’area destinata ai fedeli e in muratura con volta a crociera sulla campata occupata dall’altare. Della decorazione pittorica antica si conservano poche tracce. I più antichi affreschi appaiono quelli rinvenuti sulla parete soprastante la prima arcata della navata sinistra, posti in prossimità dell’attacco del muro alla retrofacciata: incorniciate da fasce rosse, sono visibili le immagini raffiguranti la Vergine, il Redentore e Santi, tra i quali forse S. Giovanni Battista e il corpo nudo coperto da lunghi capelli del santo eremita Onofrio della tebaide d’Egitto. (sec. V d. C. ) . Gli affreschi che decorano l’arco trionfale riproducono tre scudi a forma di “bucranio” appesi alla parete in risalto su un drappo verde: a sinistra c’è lo stemma della città di Ferentino (il giglio bianco su fondo rosso), al centro, in maggiori dimensioni, quello dei Fratelli dello Spirito Santo fondati da Pietro del Morrone (sull’arma a fondo bianco la croce ha la lettera S sovrapposta al suo asse verticale; sopra l’arma è riprodotta la tiara pontificia), e a destra è dipinto lo stemma dell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani (sull’arma a sfondo bianco si staglia il Tau, sul quale è riprodotta la croce infissa sul Calvario, raffigurato da tre piccoli monti). Importantissimo è il rinvenimento di un affresco, databile agli inizi del XIV sec. raffigurante a grandezza naturale S .Pietro Celestino. Rinvenuto sulla superficie del pilastro di retrofacciata della cappella sottostante il campanile a grandezza naturale, che vestito con abito scuro del monaco, regge tra le mani la tiara papale ed ha appoggiato sul braccio sinistro il mantello purpureo. Addossato alla parete absidale della navate centrale è l’altare maggiore, su cui domina la pala raffigurante la Vergine con il Bambino e i Santi Pietro Celestino, Giovanni Battista, e Antonio abate, tela dipinta da Andrea Giorgini nel 1829 e dono del cardinale Pietro Vidoni. Nella parte superiore della tela è rappresentata la Madonna, seduta su un trono di nuvole grigie con in braccio Gesù Bambino nudo che, nell’atto di benedire dall’alto i fedeli li guarda sorridente. Nella parte inferiore della tela è raffigurato il piano terreno con le immagini dei Santi inserite in un ambiente sereno e naturalistico. San Pietro Celestino è raffigurato a sinistra: di aspetto senile, indossa abiti e tiara pontificale, volge lo sguardo amorevole verso i fedeli e con le braccia protese verso la sua sinistra invita i fedeli ad ascoltare S. Giovanni Battista, il suo Patrono, raffigurato al centro, San Giovanni Battista barbato è vestito di pelli come eremita, indossa un mantello rosso, che si avvolge sinuosamente al suo atletico corpo, facendolo risaltare sui colori freddi dello sfondo: il santo ha la gamba sinistra arretrata nell’atto del cammino, regge con la mano sinistra la croce e con l’indice della mano destra sollevato addita ai fedeli la gloria di Maria e Gesù fra gli angeli. A destra è infine raffigurato di tre quarti S. Antonio Abate dalla barba canuta, vestito con saio marrone e con mantello più scuro; regge con la mano sinistra il bastone con il campanello e tiene poggiata la mano destra al petto, mentre estasiato reclina all’indietro il capo per contemplare la versione beatifica della Vergine. La cornice architettonica della ancòna dell’altare maggiore è di stile tardo-barocco non privo di classica sobrietà, adeguata al contesto rurale della chiesa. La cornice presenta due colonne corinzie che fiancheggiano la pala di Andrea Giorgini e che sorreggono una trabeazione con angeli seduti simmetricamente alle cornici angolari di un timpano spezzato, al cui centro addossata alla parete è una tabula quadrata incorniciata in stucco da volute ed elementi floreali. Tra i rilievi della cornice dell’ancona sono raffigurati a sinistra della pala d’altare San Benedetto, nel cui ordine papa Urbano IV il 1° giugno 1263 incorporò i Fratelli dello Spirito Santo fondati da Pietro del Morrone, e a destra Caterina d’Alessandria, patrona dei ritiri ed in antico venerata presso gli abitanti delle zone rurali quale protettrice delle zitelle da maritare. La chiesa conserva integro il sepolcro scavato nell’arenaria al centro della navata centrale che custodì per trent’anni il corpo del papa angelico, che il 19 maggio si festeggia in Ferentino quale secondo patrono. Molto interessante è il complesso monasteriale, che si addossa alla chiesa. La congregazione dei Celestini lo resse fino alla sua soppressione avvenuta nel 1810. Il monastero del XIII secolo è stato assai deturpato nel corso dei secoli, tuttavia cancella tracce evidenti del periodo medievale specialmente nel chiostro, dove semplici pilastrini, conclusi da capitelli piatti a trapezio rovesciato, sorreggono arcate a sesto ribassato.

Età moderna

Ha dato i natali ad Alessandro Angelini (1820-1885), medico e deputato dell’Assemblea Costituente della repubblica Romana nel 1849. Tornò a Ferentino, dopo varie vicissitudini, solo nel 1870 in seguito alla definitiva caduta del potere temporale dei papi. Nell’agosto del 1871, il Ministro della Pubblica Istruzione lo nomina delegato scolastico del mandamento. Nel 1873 patrocina la fondazione della Società di Mutuo Soccorso insieme a Luigi Zaccari, primo presidente. Con il tempo però venne isolato dal Clero e dalla classe borghese fino al punto di dover dare lezioni private per vivere. Morì il 18 gennaio 1885, all’età di sessantaquattro anni.

Circa la costruzione e gli adattamenti del Palazzo bisogna riferirsi a varie vicissitudini e a varie epoche. Alcuni elementi architettonici visibili nei vasti locali seminterrati a ridosso delle mura ciclopiche fanno riferimento a periodi medioevali riconducibili al 1200/1300. La facciata sud-est del Palazzo Giorgi-Roffi Isabelli, quella in prossimità del muro su citato di Via Ierone, incorpora per 25 metri un muro di opera poligonale. Costruito in blocchi di calcare, disposti su filari orizzontali, si conserva per 6 metri di altezza fino ad 11 filari soprapposti. I blocchi misurano indicativamente 50 cm. di altezza con lunghezze di 150 cm. fino a 220 cm. All’interno di detto muro sono visibili alcune strutture (mensole) riconducibili al XIII secolo. Alla base del muraglione esistono 2 vani (l’uno esplorato, l’altro ancora da scavare) di cui abbiamo avuto notizie da appunti e schizzi di Alfonso Giorgi e da una relazione di Filippo Bono del 1878. In detta relazione lo storico locale Bono parla di due grandi arcate in pietra e all’interno di esse descrive le due stanze costruite in epoca romana in travertino. Per lui sono due “Cripte Mortuarie” che potevano anticamente appartenere al sovrastante grandioso fabbricato che doveva essere di proprietà di un “soggetto consolare”. In dette stanze furono ritrovati rottami di vasi lacrimatori e varie forme di lumicini in terra cotta verniciati con manico lunato. Di detti oggetti oggi, purtroppo, si sono perse le tracce. Anche in altri siti dell’area urbana di Ferentino si osservano strutture in opera poligonale funzionalmente disposte a costituire terrazzamento. Di stanze o locali sotterranei però, ad eccezione di questi di casa Giorgi, non se ne hanno notizia. E’ bene dire che tanti terrazzi sono per lo più nascosti sotto i fabbricati attuali; quelli visibili presentano, però, tecniche differenti. Quella più diffusa è ad opera poligonale in massi scistosi vicini alla IV maniera, come il muro su descritto. Osservando la piantina dell’abitato di Ferentino si nota come il terrazzamento di casa Giorgi-Roffi Isabelli rientri nel criterio della distribuzione urbana che si coglie lungo l’asse scandito da Via Consolare, a Piazza Mazzini, a Piazza della Catena, a casa Giorgi, a S. Ippolito, a Via della Fata, dove detti terrazzamenti accompagnano la strada per linee spezzate, allargandone in maniera grandiosa la base edificabile, anche fino a 22 metri. Tutte le città cosiddette di Saturno sono abbastanza ricche di bei palazzi antichi che nella prima metà del 1800 hanno ricevuto una nuova decorazione rigorosamente neo classica o meglio “pompeiana”. Nascono così le prime collezioni diverse, dai lapidari di fortuna allestiti nei vescovadi come la collezione Cayro di S. Giovanni Incarico, oggi acquisita dal Museo Nazionale Romano, alla Collezione Giorgi di Ferentino, ancora oggi in loco, rigorosamente studiata dal suo creatore Alfonso Giorgi, collaboratore di T. Mommsen nella pubblicazione delle epigrafi di Ferentino. La struttura ad archi (ora ciechi) del cortile centrale ha fatto pensare a più studiosi locali che si trattasse del chiostro della vicina chiesa del Salvatore, ipotesi questa suffragata dal fatto che la stessa proprietà fosse stata in origine dei Frati Conventuali di S. Francesco. L’esterno della facciata principale ha le forme dignitose dell’ottocento laziale e dal portone antico, contornato da ottima cornice in travertino, si accede al cortile sui cui muri sono inserite qualcosa come 83 tra frammenti statuari ed iscrizioni classiche tra cui campeggia in bella mostra una stupenda testa di Augusto. I cippi e i frammenti più grandi, con capitelli romanici e resti di fontane barocche, formano su un lato del cortile un rustico capriccio. Dalla scala principale si accede direttamente alla Sala Gialla, distrutta in parte dal bombardamento alleato del 1944, sulle cui pareti campeggiavano Trionfi di divinità analoghi a quelli di Bacco e Cerere del successivo Salotto Verde. Il pezzo forte della decorazione è però la Galleria degli Dei che si affaccia sulla Via Consolare. Questa è decorata con statue dorate rappresentanti gli dei dell’Olimpo in una architettura di colonne e tendaggi, mentre riquadri policromi con Ebe e Ganimede occupano i due spazi sopraporta. In queste sale la mobilia ha un fascino particolare; si ammirano antichi pianoforti, tavoli, sedie e divani anni settecento e ottocento, lampade e tende in stile. Il tutto camminando su un pavimento a piastrelle quadrate bicolori del 1500. Sull’angolo più esterno, agli occhi del visitatore appare all’improvviso una cappella con tanto di altare consacrato. Dell’attuale Cappella del Palazzo non esistono precise notizie in merito alla dedicazione e alla attivazione. Sicuramente la destinazione attuale non era l’originale poiché si vede ricavata in un ambiente in fondo alla Galleria su descritta, diviso oggi a metà con altra stanza da parete posticcia di legno realizzata negli anni ’50.
Certo è che esisteva un Oratorio privato in casa Giorgi, poiché Bolle papali di Pio IX del 1870 e di Pio X del 1905 attestano l’esistenza della cappella. I Giorgi furono una delle famiglie più in vista nella Ferentino degli ultimi tre secoli, tanto che ottennero anche l’iscrizione al ceto nobile della città. Le prime attestazioni della famiglia risalgono addirittura al 1514 quando i Giorgi, proprietari di fornace, risultano fornitori della Venerabile Fabbrica di S. Pietro.

La chiesa di S. Maria degli Angeli nella prima metà del XVI secolo fu eretta sulla <> dai Carmelitani che la ricevettero dall’Ospedale dello Spirito Santo di Ferentino; venne ristrutturata nel secolo XVII. La chiesa è mononave con parete absidale rettilinea, volta a crociera sul presbiterio e tetto a capriate lignee nell’aula destinata ai fedeli. Di stile rinascimentale è l’architettura dell’ancona addossata all’abside. Affreschi di età moderna, scoperti durante i restauri del 1980-82, ornano le pareti laterali del presbiterio e il centro dell’ancona absidale. L’affresco della parete absidale (sec. XVI) rappresenta la Vergine tra S.Giovanni Battista con l’agnello a sinistra, S.Domenico di Guzman a destra; sulla sommità del dipinto domina lo stemma dei domenicani. Gli affreschi esistenti sulla parete sinistra del presbiterio appartengono al periodo in cui la chiesa venne tenuta dai Carmelitani. L’altare a mensa ha come sostegno un’antica base romana, che reca sulla fronte l’iscrizione dedicatoria:

Q · BABVLLIO · Q · LIBERT(O)/EPAPHRODITO

A Quinto Babullio Epafrodito, liberto di Quinto (CIL X,5869).

La chiesa delle Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria venne costruita in Ferentino tra il 1851 e il 1855 su progetto del mastro Gregorio di Patrica e mons. Bernardo Tirabassi la consacrò il 26 aprile 1857, dedicandola alla Madonna de Buon Consiglio. L’inizio della costruzione della chiesa fu successivo all’arrivo nel Monastero di Santa Chiara della Carità in Ferentino dell’icona raffigurante la Madonna del Buon Consiglio (1841-1842), che, intensamente venerata dalle suore, determinò la dedicazione dell’erigendo tempio.
La piccola chiesa ha la pianta a croce greca, la cui zona centrale è coperta da un’ampia cupola ottagonale. Il braccio est costituisce l’ingresso dell’edificio dall’esterno e attraverso il coro ad esso soprastante il Monastero era collegato al Conservatorio femminile. I restanti bracci della croce greca hanno absidi rettilinee e il pavimento rialzato rispetto al livello dei vani di accesso e centrale. La cappella ovest ospita l’altare maggiore, la cappella nord è adiacente al Conservatorio femminile ed ha l’altare dedicato a S.Giuseppe e alla Sacra famiglia, mentre la cappella sud ha l’altare dedicato al Crocifisso ed è adiacente alla parete dell’antico piccolo coro del Monastero, con cui ancora oggi la chiesa rimane in collegamento mediante un’ampia finestra con grata metallica.
Sull’altare della cappella di destra è collocato un dipinto raffigurante la Sacra Famiglia di Nazaret in riposo durante la fuga in Egitto, opera della stessa M.Caterina Troiani, fondatrice dell’Istituto delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria, la quale, dopo essere partita nel 1859 da Ferentino per corrispondere alla giovanile vocazione missionaria, aprì a Clot-Bey, il quartier più povero del Cairo, un monastero, che divenne vera casa di accoglienza e promozione umana per i deboli, i diseredati, e gli emarginati di qualsiasi confessione religiosa, luogo di istruzione per i piccoli, soprattutto per le <> riscattate dal mercato della schiavitù.